Lorusso Editore

Senegal: la rete di donne tra testimonianze e costruzione di percorsi

di Patrizia Fiocchetti
autrice di Variazioni di Luna e Cosa c’è dopo il mare

Patrizia Fiocchetti racconta in tre articoli gli incontri tenuti in Senegal nel mese di gennaio nel corso di una missione svolta con l’associazione Energia per i diritti umani. Nel primo articolo si parla di microcredito, autodeterminazione, autonomia delle donne e reti di quartiere.

Patrizia Fiocchetti (a destra) con madame Tourai.

Volevo difendere la mia dignità. Volevo disperatamente non piegarmi a mio marito. Se fossi andata nel suo villaggio come lui ordinava, abbandonando il mio lavoro da insegnante, ora sarei priva di voce e di diritti”. Madame Tourai ha le lacrime agli occhi e un tono di voce dolce mentre racconta di sé e dei suoi figli.
Mi trovo nell’ufficio di Pekine Est, una cittadina nella provincia di Dakar, negli uffici dell’associazione Energia per i diritti umani che mi ospita in questa prima settimana di gennaio negli incontri con associazioni di donne attive nella promozione dei diritti di genere.
“Ci siamo sposati giovani. Lui insegnava arabo e io ero maestra nelle scuole elementari di lingua francese. Lui era contrario, gridava ogni volta che uscivo per andare al lavoro ma io non mi arrendevo. Avevamo quattro figli e troppi pochi soldi. E sentivo di dover difendere ciò che avevo costruito e il sacrificio dei miei genitori”. Sospira, il chador arancio a motivi marroni le incornicia il viso. “Era il 2009 quando decise di abbandonarci. Quell’uomo ha disdetto il contratto d’affitto dell’appartamento dimenticando il dovere verso i propri figli, mi trovai senza niente, pochi soldi per sfamare i bambini e senza casa. Dormivamo per strada quando le donne di Keur Marietou ci hanno trovato”. Sorride. “Senza di loro… Ci hanno salvato. Sono stata la prima a cui hanno dato la zucca”.
La guardo incuriosita e lei ride: “Ogni 8 del mese le donne della rete Keur Marietou fanno una colletta, ognuna secondo le sue possibilità, e infilano il denaro in una zucca che poi danno a colei che ne ha bisogno. È un prestito, la donna inizia a restituirlo dal mese successivo. Si tratta soprattutto di divorziate con figli o vittime di violenza domestica. Significa salvezza ma anche un riconoscimento alla richiesta di autonomia. Io sono stata la prima. Mi hanno anche trovato un posto dove stare, prima nella piccola scuola del quartiere, quindi un appartamento dove ora cucino i pasti per la mensa scolastica”.
Oggi Madame Tourai è parte attiva della rete di donne del quartiere. “Siamo settanta e sento mio dovere sostenere in qualsiasi modo le donne che si rivolgono a noi. Il Senegal è un paese difficile per noi, per i nostri diritti dentro la famiglia. Mi hanno chiesto in moglie ma non ho più bisogno di un marito”.

Da sinistra: Elena Zanaga (volontaria di Energia per i diritti umani), Fatou Ndianne e Patrizia Fiocchetti

La scuola di Keur Marietou è al primo piano di uno stabile che si affaccia su una stretta strada polverosa e molto animata soprattutto di giovani donne che cucinano o gestiscono piccoli chioschi. La sua storia inizia nel 2000 dall’incontro tra Energia per i diritti umani e Fatou Ndianne, l’attuale presidente della rete.
“Ricordo la prima volta che vidi Tourai, lei con i figli sdraiati su un materasso buttato per strada. Fu doloroso, mi riportò agli anni difficili vissuti dopo il mio divorzio da un uomo assente, contro il parere dei miei genitori che non vollero riaccogliermi a casa”. Incontro Fatou nel suo appartamento che si affaccia sulla rumorosa via che attraversa la cittadina.

“Le donne subiscono violenza verbale, fisica ed economica anche se il Corano lo proibisce, ma in Senegal succede e ti inculcano che i soprusi non vanno mai denunciati, segreti da mantenere in famiglia anche se vanno contro il nostro benessere. Per questo il microcredito che abbiamo creato è importante, permette alla donna di avviare una sua piccola attività, rendersi autonoma e contribuire al benessere della propria famiglia”.

Tante le attività messe in piedi in questi anni: succhi di frutta, cucito, fino a oggi con la produzione di latticini e di assorbenti lavabili. “La Rete Keur Maritu è costruita dall’incontro dei tanti gruppi di donne che già erano attive sul territorio. L’originale portava il nome Femme de Nder in memoria di un fatto tragico avvenuto nel XIX secolo in Senegal, perché nominare il protagonismo delle donne nella nostra storia deve essere motivo di orgoglio. In modo diverso ma determinato portiamo avanti l’idea di forza e autodeterminazione delle nostre antenate. Come quando affrontiamo tematiche complesse, i matrimoni forzati per esempio. Avvengono soprattutto all’interno di etnie quali Tekul e Peul, giovani di massimo 16 anni date in sposa a uomini adulti che consumano il matrimonio e poi emigrano lasciandole sole e disperate. Alcune sono in carcere per avere ucciso i propri figli appena nati, non sapevano come fare, ragazzine anche loro. Le andiamo a trovare in carcere, portiamo loro dei doni, beni per l’igiene personale ma soprattutto sostegno e affetto”.
Fatou sottolinea come le giovani di città oggi siano determinate a non sposarsi presto. “Vogliono studiare. Chiedi alle ragazze che incroci qui lungo la strada, ti risponderanno che il loro obiettivo è studiare, aspirare a un lavoro di prestigio. Il divorzio, poi, non è più il tabù di un tempo. Nelle grandi città almeno, nei villaggi, al sud per esempio è tutta un’altra storia. Lì si pratica ancora la mutilazione genitale femminile. Ma l’obiettivo delle rete Keur Marietou è portare la nostra esperienza, il nostro sostegno proprio nei luoghi dove le donne non hanno voce”.

Senegal: la rete di donne tra testimonianze e costruzione di percorsi