Lorusso Editore

Senegal: Le madrine di quartiere tra supporto alle donne e formazione sui diritti di genere

di Patrizia Fiocchetti
autrice di Variazioni di Luna e Cosa c’è dopo il mare

Patrizia Fiocchetti racconta in tre articoli gli incontri tenuti in Senegal nel mese di gennaio nel corso di una missione svolta con l’associazione Energia per i diritti umani. Nel primo articolo si parla di microcredito, autodeterminazione, autonomia delle donne e reti di quartiere. Questo secondo contributo è tratto dalle interviste a quattro madrine di quartiere: Kani Fall Ndeye Khadydiagne e Kalifa rispettivamente presidente e tesoriera dell’associazione di madri della École Huit, Fatou Diouf madrina di quartiere del comune di Malika e paragiurista, Fatou Sy madrina di quartiere del comune di Pikine est.

Laura Cavalli (civilista), Patrizia Fiocchetti, Fatou Sy (madrina di quartiere), Coumba Diop (responsabile progetti Énergie pour les Droits de l’Homme Sénégal) e Elena Zenaga (volontaria Energia per i Diritti Umani).

«La figura della madrina di quartiere viene introdotta formalmente nel 2010 dal governo di Solueymane Ndéné Ndiaye a causa dell’alto tasso di mortalità infantile registrata nel paese». Kani Fall è una donna di mezza età che emana autorevolezza sia dalla voce che dalla gestualità. Vestita nell’abito tradizionale, la incontro insieme al vicepresidente di Energia per i diritti umani Edoardo Calizza nel loro ufficio a Pikine est.
«Molte donne partorivano in casa anche da sole e non erano seguite da una ginecologa. C’era mancanza d’informazione tra le donne dei quartieri poveri abitati da persone che avevano lasciato i propri villaggi in cerca di lavoro, che erano i luoghi dove ci siamo concentrate. Andavamo nelle loro abitazioni a informare le future madri su come prendersi cura di sé nel periodo della gravidanza e di come seguire i neonati. E proprio da questa nostra attività abbiamo toccato con mano il problema del mancato rilascio del certificato di nascita».
Tale documento è necessario per il passaggio di ragazze e ragazzi al ciclo di scuola superiore. «Kalifa e io abbiamo iniziato con le studenti dell’istituto scolastico École Huit dove facevamo parte dell’associazione di mamme. Il problema era di estrema rilevanza soprattutto per i figli nati fuori dal matrimonio non riconosciuti dal padre e a cui la madre non aveva dato il proprio cognome nella speranza che un giorno il padre lo avrebbe fatto. Un desiderio intriso di consuetudine socioculturale».
Ma non c’è legge che può obbligare un uomo a fare tale passo, che implica l’assumersi la responsabilità del mantenimento. La problematica del rilascio del documento di nascita permane e le madrine di quartiere si fanno ponte tra le mamme e le istituzioni dove le accompagnano a richiederlo.
«Il rapporto con il Comune è molto stretto, ma noi rispondiamo al Dipartimento della salute. Ognuna di noi è stata scelta dai delegati di quartiere che conoscono la nostra azione di mediazione con la comunità, nata ben prima di assumere tale ruolo. I criteri di selezione sono soprattutto l’età, la discrezione e la capacità di relazione e osservazione. Riceviamo una formazione sui diritti del fanciullo e i diritti delle donne». È il Dipartimento della salute a sostenere i costi? Si guardano, il sorriso si spegne sul viso delle madrine. «Nell’ultimo periodo del governo di Macki Sall avevamo un contributo di 75 mila sefa (circa 115 euro) ogni tre mesi. L’attuale governo lo ha eliminato. Ci sono state delle interrogazioni in Parlamento, ma non hanno mai risposto».

È il Dipartimento della salute a sostenere i costi? Si guardano, il sorriso si spegne sul viso delle madrine. «Nell’ultimo periodo del governo di Macki Sall avevamo un contributo di 75 mila sefa (circa 115 euro) ogni tre mesi. L’attuale governo lo ha eliminato. Ci sono state delle interrogazioni in Parlamento, ma non hanno mai risposto».

Edoardo Calizza (vicepresidente Energia per i Diritti Umani), Fatou Diouf insieme a un’altra madrina di quartiere, Coumba Diop, Patrizia Fiocchetti ed Elena Zanaga.

L’attuale presidente del Senegal Bassirou Diomaye Faye e il primo ministro Ousmane Sonko hanno eliminato il Ministero della donna e della solidarietà rinominandolo della famiglia, azione sociale e solidarietà. «I fondi destinati ai progetti sulla parità di genere sono stati tutti assorbiti e in qualche modo bloccati. Pertanto, abbiamo fondi da progetti di ong internazionali oppure facciamo collette per aiutare le donne indigenti. Noi rimaniamo comunque presenti sul territorio vicino alle ragazze e alle vittime di violenza, è vitale».
Fatou Diouf oltre a essere madrina di quartiere, opera come paragiurista con il compito ben preciso d’incontrare le donne che subiscono violenza domestica e accompagnarle all’associazione delle giuriste senegalesi per essere seguite nella procedura di denuncia e giudiziaria. «Tante donne non sanno che ci sono leggi che ne difendono i diritti e una delle azioni di base è informarle e sostenerle nel lungo percorso che dovranno affrontare dal momento che decideranno di denunciare la violenza subita o fare richiesta di divorzio. È necessario sostenerle ad affrontare e superare il trauma, quando le accompagniamo a incontrare l’Associazione delle giuriste, che le seguiranno nel percorso legale di fuoriuscita dalla relazione violenta, facendosi carico anche dei costi, e mettendogli a disposizione un supporto psicologico».
Lo stigma sociale è un fardello pesante da portare, anche quando viene da parte della propria famiglia. «Se in stato di gravidanza le più giovani abbandonano la scuola poiché la società le rifiuta. Molto spesso l’uomo che ha perpetrato violenza non viene individuato, tantomeno si assume la propria responsabilità, pertanto la giovane rimane sola. Ci sono tanti casi in cui, essendo l’aborto vietato nel paese (l’aborto in Senegal è consentito solo se la donna è in pericolo di vita e, comunque, a seguito del parere univoco di tre medici, nda), se lo procurano rischiando la vita. Ancora più grave quando disperate sopprimono il figlio appena nato pur sapendo che verranno penalmente perseguite. Sentiamo il compito di stargli vicino, prestargli ascolto, non smettere mai di informarle. Non le abbandoniamo».
La povertà influenza le donne nel loro percorso di uscita da una condizione di violenza. «Le donne all’inizio non verbalizzano lo stato di vessazione che vivono all’interno delle pareti domestiche, pertanto osservarle nei gesti è fondamentale per coglierne i segni». Fatou Sy la incontro con Coumba Diop, la responsabile dei progetti per Énergie pour les Droits de l’Homme Sénégal. La madrina di quartiere si esprime in lingua wolof. «Hanno paura di denunciare, la povertà le blocca, le conseguenze che potrebbero colpirle come rimanere prive di sostentamento le porta a sopportare. Di fronte a questa realtà, entriamo in relazione con le donne attraverso degli incontri di animazione in cui, oltre a parlare dei diritti, illustriamo le possibilità di corsi di formazione a cui possono accedere così da intraprendere un percorso di autonomia».
Le madrine di quartiere sono un ponte tra le istituzioni e le donne, ricordando che il Senegal ha sottoscritto leggi e convenzioni internazionali che deve rispettare e applicare. La battaglia sul terreno si è evoluta dal 2010. «Parlare di gravidanza e parto all’inizio era complicato. Ma in questi quindici anni di attività siamo riuscite a decostruire il muro culturale. La società, per quanto con i propri tempi, è cambiata e le sfide da affrontare sono più complesse. Parlare con gli uomini di quanto sia sbagliato praticare violenza contro le donne è ciò che stiamo facendo ora. Molti non ci ascoltano, addirittura abbandonano le riunioni. Alcuni, invece rimangono e riflettono. Perché abolire la violenza di genere è una sfida che deve vedere gli uomini protagonisti».

Senegal: Le madrine di quartiere tra supporto alle donne e formazione sui diritti di genere