Recensione di Variazioni di Luna – Donne combattenti in Iran, Kurdistan, Afghanistan di Patrizia Fiocchetti
di Ombretta Costanzo – da Il Gruppo di Polifemo Un’isola ecologica di cultura differenziata

Mahshid, Mahtab, Mahin, Mahnaz: successione anaforica di combattenti avanguardiste ancorate a ideali di libertà e indipendenza. Mah, oltre ad essere la radice di molti nomi femminili, nella mitologia persiana, è una divinità femminile, rappresentazione della Luna, regina della notte, metafora di una condizione condivisa.

Ho affrontato con la combattente narrante pagine dure di affermazione di caparbi principi di solidarietà e collaborazione volti a concretizzare un progetto nato e cresciuto abbracciando la causa di un medio oriente lontano da qui. Può veramente un ideale fungere da forza motrice per mettere in gioco la propria vita?

La risposta si ricava da quel gomitolo di donne che hanno scelto di non tacere e non rassegnarsi di fronte ad un destino di sottomissione a un fondamentalismo islamico, che sembrava segnato per loro e per i popoli a cui appartengono.

Il lettore immaginato come destinatario è palesato nella sfera femminile che, talvolta ignara delle condizioni di genere, non si capacita di come ancora si viva in un atteggiamento di oppressione e clandestinità sociale.

Conosciamo sul campo vite che si incrociano con quelle di una donna proveniente dall’Italia, l’autrice del libro Patrizia Fiocchetti che dopo 13 anni di militanza con la resistenza al regime khomeinista dell’Organizzazione dei mojahedin del popolo iraniano, incontra altre donne e altre resistenze, tra le rivoluzionarie afghane di Rawa, le combattenti curde delle Ypj e tante altre voci e volti di donne, declinazioni di lotte lontane ma comuni.

Mi sono chiesta durante la lettura cosa significasse il termine “kharar”, reiterata apposizione abbinata a tutti quei nomi di matrice mediorientale; mi piace tradurlo come “sorella”, depurato da qualsivoglia accezione clericale ma pregno di sapore familiare, quella sensazione di intimità quasi mai palesata dalle resilienti di Camp Ashraf.

Questa porzione di deserto iracheno divenuto culla e nido è simbolo insieme a Kobane e Kabul della resistenza femminile ora iraniana, ora afghana dopo la caduta dei talebani, ora curda contro l’Isis.

La scrittrice in veste di combattente dell’Esercito di liberazione nazionale dell’Iran, diviene continuamente co-protagonista di donne che hanno affrontato paura e violenza per trovare il senso della vita personale e sociale, e con me che per due giorni ho scommesso (perdendo) di non trovare un filo conduttore tra gli avvenimenti.

Può essere un diario, un manuale, un articolo, una storia, una lezione; ho studiato l’organizzazione dei mojahedin, la cartina geografica dell’Asia occidentale, la politica post rivoluzionaria di Khomeini, ho saputo che Dakar nel 1991 fu sede del vertice dei capi di stato dell’Organizzazione della Conferenza Islamica e ho scoperto che la tipica bevanda iraniana è fatta con yogurt, acqua, sale e menta, per approdare infine alle “sabbie mobili” di Kobane.

Scenari atroci ammorbiditi da coraggiosi aggettivi e da un’aura di benessere depurativo benché si avverta tutta la tensione evocativa data dai fatti oggettivi. Spostandomi tra le macerie affronto una ventata secca di termini asciutti in un climax di sgomento: “macerie, distruzione, frammenti di vetro stridenti… bocche spalancate immortalate in muto urlo…”.

Silenzio.

Gli ingredienti usati a piccole dosi diventano aspri ostacoli pagina dopo pagina e la cronaca tra Tirana, Kobane, Camp Ashraf, Baghdad, Kabul e Roma continua incessantemente a snodarsi in convulsi flashback di eventi paralleli tra anime e campi minati.

“Tutto quanto osservavo mi raccontava di coraggio e determinazione, essenziali per strappare la città a nemici ben armati”

C’è tanta storia da approfondire tra i tasselli di un mosaico di eventi brutali e tanta ammirazione all’interno di Lashgar 14, quel battaglione di sole donne con anfibi infangati e sempre all’erta, indiscusso orgoglio dei mojahedin iraniani .

Sono infiniti capitoli intessuti nella storia del medesimo spazio cui apparteniamo, realtà quasi immaginarie della nostra quotidianità occidentale che osserva distrattamente un emisfero come quando si verifica un’eclissi lunare.

“Variazioni di luna”, Lorusso Editore, potrebbe rappresentare l’idea di tutte quelle porzioni che seziona il satellite naturale giorno dopo giorno, come le mille sfaccettature di una fetta di mondo devastata da ragioni ideologico-politiche che non lasciano tregua.

“ehi, khahar, mi passi il kalashnikov? Mi sorride mentre afferra l’arma”: questa frase mi risuona spesso durante e dopo la lettura, forse per l’ossimoro semantico.

Morte e nate tante volte, sembrano concentrarsi sullo svolgimento quotidiano delle proprie responsabilità con lo scopo di non cadere nell’emotività individuale, l’autodifesa le rende forti.

Si chiude il sipario con Kobane, simbolo del confederalismo democratico curdo in cui l’8 marzo del 2015 si svolge una manifestazione organizzata da donne curde in una città distrutta e riconquistata che diventa espressione di un intero popolo.

Un’eco femminile ci saluta recitando: “la loro eredità è linfa di rinascita”.

Patrizia Fiocchetti per più di vent’anni ha lavorato con i rifugiati politici con il Consiglio Italiano per i Rifugiati, la Caritas di Roma e il Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.

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