Lorusso Editore - Senegal: le sfumature cromatiche delle donne
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Senegal: le sfumature cromatiche delle donne

di Patrizia Fiocchetti

L’articolo è frutto di un viaggio fatto dall’autrice con i volontari della Onlus Energia per i Diritti Umani dal 23 ottobre al 3 novembre 2019 in concomitanza con la tappa senegalese della seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Non Violenza ideata dall’associazione spagnola Mundo sin Guerra y sin Violencia, a cui la Onlus italiana aderisce sin dalla sua prima edizione. Qui il primo articolo Senegal, migrare o restare? Una generazione al bivio

Villaggio di Ndiadiane (Senegal): le maestre del gruppo di ballo.
Tutte le foto nell’articolo sono di Beatrice Blanda

Arrivano fasciate in lunghi abiti arancioni, gialli o fucsia, un’autentica ubriacatura di colori, capelli racchiusi in foulard in tinta chiusi in grossi fiocchi a significare il livello sociale che ricoprono all’interno della comunità. Giungono in mezzo a un nugolo di bambine dagli enormi occhi scuri, copie in miniatura delle matriarche a cui camminano a fianco. Ed è proprio ora che la festa nel villaggio ha inizio: le risate e il vociare che accompagnano gli abbracci e i baci interrompono la ferma atmosfera dell’attesa. Le donne sono giunte a illuminare il tardo pomeriggio a Ndiadiane e gli uomini diventano una cornice a questo fluido movimento pittorico, un caleidoscopio in cui le immagini si scompongono e si rifondono in suoni e movimenti.
Uno scoppio di grida e applausi accolgono il corpo di ballo che fa il suo ingresso nel campo di terra battuta attrezzato con un tendone a proteggere dal caldo inusuale per questo periodo, gli spettatori – abitanti del villaggio e noi italiani. Scattiamo tutti in piedi cellulari alla mano a fotografare le ballerine-bambine vestite in abiti tradizionali, il mento dipinto di nero, accomodatesi su delle stuoie stese vicino al gruppo di percussionisti che ne accompagnerà il ballo. Con loro le tre imponenti insegnanti sorridono orgogliose.

Non si rimane indifferenti di fronte alle donne senegalesi, soprattutto a quelle incontrate nei villaggi. Gli sguardi ne inseguono l’incedere elastico, l’energia che posseggono e di cui i vivaci colori degli abiti indossati sono traccia non banale. Le giovani e istruite poi, sono determinate a ottenere il riconoscimento del proprio ruolo, protagoniste del cambiamento non solo sul piano sociale e educativo ma anche politico e culturale.
I tamburi suonano e le donne, le piccole donne danzano la propria libertà.

Riposizionare il ruolo della donna nella società

Sono sedute in circolo sui tappeti in una delle aule della scuola per l’infanzia aperta nel centro umanista Keur Marietou, ubicato a Pekine città satellite di Dakar da cui dista 25 chilometri, abitata da 1 milione e 600 mila persone provenienti per lo più dalle zone rurali del Senegal. Alcune di loro fanno parte dello staff al femminile che gestisce i vari servizi del centro rivolti alle donne su cui grava il peso delle attività domestiche e per cui l’accesso all’istruzione e alla formazione professionale è difficilissimo.
Sulla porta della stanza un foglio bianco scritto in francese: “Tavolo sul ruolo della donna nello sviluppo locale”, che si affianca agli altri che contemporaneamente si svolgono nel centro, e che fanno parte del forum di discussione organizzato nell’ambito della tappa senegalese della Marcia Mondiale per la Pace e la Non Violenza.
“In Senegal le donne sono legate alle attività della casa, non hanno tempo di aprirsi all’esterno” a parlare è Khadi Sene, carismatica giornalista e attivista, coordinatrice della Marcia Mondiale nella città di Thies, unica vestita all’occidentale, maglietta bianca su gonna nera. “La nostra disamina è partita da questo dato concreto per parlare di come riposizionare il ruolo della donna nella società e farlo riconoscere all’esterno delle mura domestiche”.
Ciò che subiamo sono varie forme di violenza: sociale e culturale poiché non possiamo prendere alcuna decisione pur provvedendo ai bisogni della famiglia, stando accanto ai figli che studiano pur molto spesso analfabete o con un basso livello di scolarizzazione”. Lo scambio prosegue. “La violenza è anche economica poiché la donna non ha possibilità di essere indipendente. E poi la violenza psicologica, come mogli non possiamo tirarci indietro dal rispetto di quelli che sono definiti i ‘nostri doveri coniugali’”.
Tutte annuiscono. “Ma siamo noi donne che dobbiamo rompere queste catene, proprio partendo dalla famiglia, spiegando ai figli quale è il ruolo reale che ricopriamo nella società senegalese” riprende Khadi. “Parlando agli uomini, dicendogli che non hanno sempre ragione, che non possono decidere autonomamente visto che le donne hanno una idea più concreta di ciò che è utile e ciò che non lo è”. Fa una pausa. “Sottolineando come non debbano farsi forza sulla religione per far valere la propria presunta supremazia: non è battaglia tra noi e loro, ma il Profeta non ha mai preso una decisione senza consultare la propria sposa”.
Quindi l’affermazione del ruolo della donna al di fuori della casa parte dal riconoscimento della funzione che ricopre all’interno della famiglia. “Questo cammino non si affronta individualmente ma unite. E’ nel mettersi in rete, nella creazione di gruppi di interscambio di prassi e esperienze che troveremo la conoscenza, gli strumenti e la forza per l’indipendenza”.

Khadi Sene, giornalista e attivista senegalese

Khadi e Fatu: la sfida all’ordine sociale

Ci siamo spostate sulla terrazza coperta all’ultimo piano del centro Keur Marietou. Siamo un gruppo al femminile, italiane e senegalesi che approfitta dei tempi di attesa della fase conclusiva del forum di Pekine, per proseguire la conversazione sulla situazione dei diritti delle donne in Senegal.
Il sistema legislativo corrisponde a quello francese, pertanto in teoria godremmo degli stessi diritti delle donne francesi” ci spiega Khadi. “Ma è sull’applicazione delle leggi che sorgono i problemi: qui si scontrano il fattore religioso nonché il pensiero culturale egemone a livello sociale. Un esempio, alle donne è riconosciuto per legge il diritto all’istruzione, d’altra parte per quanto riguarda il matrimonio poligamo non hanno alcuna voce pur non essendo pratica regolamentata dal nostro sistema legislativo. Nel riconoscimento di un aspetto culturale legato al sistema sociale, la poligamia è pertanto praticata in quanto riconosciuta nell’ambito di un diritto consuetudinario in cui la figura femminile non ha alcuna influenza decisionale”.
La donna non può obbligare il futuro marito ad avere un’unica moglie. “All’atto della registrazione del primo matrimonio al Comune il marito dovrà dichiarare se intende avere altre mogli ed è in quella sede che viene stabilito il diritto a prenderne fino a quattro”.
La religione è il sostrato esplicativo del protrarsi di tale pratica. “Le parole del Profeta in realtà danno un senso ben diverso alla poligamia” interviene Fatu Thiam, a capo di un’azienda che produce parabrezza e presente nelle attività del centro. “Potrai prendere fino a quattro mogli se avrai le possibilità di trattarle equamente. Ma ciò è praticamente impossibile, è nella nostra natura di essere viventi la diversità, e proprio la differenza di comportamento nell’uomo verso le varie mogli e conseguentemente la prole è fonte di gravi problemi per le donne. La relazione umana non può essere decisa a tavolino, ad esempio sul piano dell’attrazione sessuale l’uomo ne predilige una di sposa, e questo mortifica le altre che la vivono come un rifiuto non solo personale ma anche dei propri figli, la frustrazione si rifletterà su di loro”.

Fatu Thiam, imprenditrice e attivista senegalese

Il matrimonio è così essenziale per le donne? “Ci si sposa perché fin da bambine si viene plasmate all’idea che non possiamo vivere, esistere senza un uomo accanto, che non siamo create per essere indipendenti. Arrivare all’età di 30 anni senza essere ancora sposate è una vergogna sociale che ricade sulla famiglia tutta e d’altra parte, il matrimonio è per il padre della ragazza lo scrollarsi di dosso la responsabilità di mantenerla.” Risponde Khadi. “Noi lottiamo contro un’eredità culturale rigida: il capo famiglia è un uomo, decide sul destino delle donne, per lo più formate al disbrigo dei lavori domestici. Nessun diritto ad esprimere la propria opinione. Ma le cose stanno cambiando grazie all’accesso all’istruzione che ha permesso di veder crescere le donne che stanno entrando nella società come insegnanti, imprenditrici, vedete Fatu, rappresentanti politiche. L’autonomia la stanno conquistando iniziando anche dagli assetti famigliari e di coppia”.
Si può decidere di divorziare per prendere un cammino di indipendenza. “Il diritto è riconosciuto, ma anche qui la questione è la pratica” sorride. “Una donna che decide di divorziare si trova contro prima di tutto i suoi genitori e parenti più stretti, viene vissuto come un’infamia commessa contro la famiglia di origine. Divorziare è una estenuante battaglia, lo so molto bene e non tutte sono in grado di portarla avanti, anche se va detto che a partire dal 2015 la richiesta di divorzio da parte di donne è in aumento e non è raro ormai incontrarne tante in Tribunale”.
Il sistema giuridico si sta mettendo al passo. “E’ un fenomeno che entra nella coscienza delle persone, prima era impensabile, avversato dalla società, per quanto le donne divorziate siano ancora stigmatizzate. Ci sono padri che rifiutano di accogliere le proprie figlie nella loro casa ovvero le sottopongono a pesanti umiliazioni” continua Fatu. “Prendete la mia storia: ero sposata con un uomo ricco che viveva negli Stati Uniti, avevo una bella casa, l’automobile ma non ero felice. Ho tentato la via del divorzio tre volte: le prime due la mia famiglia mi si è messa contro e ho rinunciato, scelta che mi è costata un pesante tracollo nervoso. La terza volta, però mi sono detta che la questione riguardava solo me e non i miei parenti e dopo due anni sono riuscita ad ottenerlo. Mio padre non mi ha permesso di rientrare in casa e dal 3 marzo 2017 vivo da mia sorella. Con il passare degli anni i rapporti con la mia famiglia si sono un po’ distesi. Posso andare a trovarli nei fine settimana ma non restare a dormire poiché non sono benvenuta”.

Tavolo sul ruolo delle donne nello sviluppo locale – Pekine (Senegal)

“All’inizio sono stata male davanti al rifiuto dimostratomi dalla mia famiglia. Ma poi l’ho superato, mi considero una donna forte, non mi sono arresa alle pressioni e sono andata dritta seguendo le mie convinzioni” Khadi parla con orgoglio. “Nella società, persiste peraltro questo stigma verso le donne divorziate che vengono appellate con il termine wolof Djaga, puttana. E proprio per questo credo sia necessario soprattutto per noi attiviste essere presenti a fianco delle donne che temono di affrontare la gogna famigliare e sociale per le loro legittime scelte. Nel mio lavoro di giornalista incontro molto spesso donne che raccontano la violenza subita per mano dei loro mariti e non hanno la forza di denunciare per timore di essere bandite dalla comunità. Sento mio compito incoraggiarle in tal senso e le indirizzo lì dove possono avere innanzitutto supporto legale. L’Associazione delle giuriste senegalesi (AJS) prende in carico le donne procurando loro un avvocato e seguendole nel percorso di denuncia della violenza e del divorzio difficile e complesso in caso di figli. Difatti in Senegal è il giudice che decide la custodia dei minori e la violenza domestica non è sempre motivo sufficiente per l’affidamento alla madre”.
A Keur Marietou c’è uno sportello legale rivolto alle donne in difficoltà. Se qualcuna ha bisogno di essere accompagnata nel percorso di divorzio, Fatu mette a disposizione la propria esperienza. “Non voglio che altre donne provino la mia stessa sofferenza e solitudine. Ci ho messo tempo a prendere il mio destino nelle mie sole mani, e vorrei facilitare le altre” Mostra il suo biglietto da visita. “Il giorno stesso in cui ho ottenuto il divorzio, ha cancellato il cognome da coniugata, e così ho reso noto a tutti coloro con cui entravo in contatto professionale la mia nuova condizione legale. Un forte segnale dell’indipendenza che avevo acquisito a caro prezzo”.

Le partecipanti al Tavolo delle Donne a Pekine (Senegal).
Al centro, con la maglia rossa, l’autrice dell’articolo Patrizia Fiocchetti

Khadi e Fatu si scambiano una battuta in wolof. Poi Khadi riprende a parlare. “Quando metti insieme divorziata e attivista fai un cocktail di libertà che è visto molto male dalla comunità. Sei additata quale cattivo esempio anche ai tuoi stessi figli. Non sei mai a casa, lavori con gli uomini, soprattutto con uomini stranieri e quindi come volete che vi appellino?” Risate a stemperare. “Nessuno verrà mai ad affrontarmi direttamente, si rivolgono ai genitori, ai parenti e se non hai alle spalle una famiglia aperta ti ritroverai da sola. Io mi sono allontanata emotivamente e mentalmente da questo sistema di pensiero, mi sono emancipata e ciò mi ha permesso di evolvermi e crescere. In questo cammino continuo a rischiare: ho avuto anche una denuncia per sequestro di persona quando ho portato in albergo, pagando di tasca mia, una giovane di 23 anni che subiva violenza continua dal proprio marito. Ne sono uscita pulita perché l’udienza la presiedeva una giudice conosciuta per il suo impegno a difesa dei diritti umani. Ma la comunità, con cui in Senegal bisogna fare i conti, non mi ha perdonato per quell’atto così radicale e cerca d’impedirmi di avvicinarmi alle donne. A chi mi diceva che avevo fatto un gesto inconsulto, ho risposto che ero nel pieno diritto di salvare la vita di una donna”.
A Dakar non mancano associazioni di aiuto alle donne maltrattate, che forniscono servizio legale e supporto psicologico. Scarseggiano invece le case protette e i progetti per l’autonomia economica. “Purtroppo, sono realtà che molto spesso si reggono sul volontariato e hanno pochissimo sostegno economico” spiega Fatu. “Comunque in un quartiere qui vicino c’è Ville la Rose, una struttura che accoglie donne che hanno subito violenza o sono divorziate. Invece al centro Keur Maritou, abbiamo un progetto di microcredito voluto da Energia per i Diritti Umani e gestito dalla responsabile del centro Aissata Sall, rivolto alle sole donne, che garantisce un prestito di 50 mila Sefa (tra i 70 e 80 euro) da restituire nell’arco di un anno. Chi riesce, potrà godere di un altro finanziamento pari somma. Questo permette alle donne di poter mettere in piedi un’attività che gli possa dare una prima indipendenza economica e sociale”.
Com’è invece, la situazione nei villaggi? “Le associazioni che si occupano di questione di genere sono tante, e a Dakar è più facile operare e magari ottenere risultati” riflette Khadi. “Purtroppo nella pratica di trasferire le linee di comportamento nei villaggi si mostra il limite di molte di queste realtà: faranno anche incontri di formazione con le donne ma ciò che manca è l’accompagnamento alle azioni e la supervisione delle pratiche messe in atto. Creare delle referenti locali è difficilissimo vista la mentalità conservatrice degli abitanti. Se a Dakar si è raggiunto un grado di emancipazione tale che le donne riescono a confidarsi tra loro e darsi reciproco aiuto e sostegno, nei villaggi è fuori discussione: parlar male del proprio marito è proibito. Alla vicina di casa racconterai sempre che il tuo uomo ti tratta bene anche se la sera prima ti ha picchiata, e per i lividi userai le solite giustificazioni. Comunque, in alcuni villaggi grazie all’aumento delle ragazze che hanno accesso all’istruzione, la situazione sta lentamente cambiando. La strada è lunga” sorride Khadi. “Un cantiere sempre aperto”.

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