di Ambra Lancia (da DinamoPress)
Recensione del libro di Enrico Campofreda: Leggeri e pungenti – Storie, luoghi e volti di periferia, Lorusso Editore, fotografie di Claudio Bassi, postfazione di Rossella Marchini e Antonello Sotgia. 

Gittes: Why are you doing it? How much better can you eat? What can you buy that you can’t already afford?

-Cross: The future, Mr. Gittes – the future! [1]

Comprare il futuro. Il futuro delle città. Non è stato così difficile, per certi versi. Questi racconti Leggeri e pungenti di Enrico Campofreda, le foto di Claudio Bassi, sono dei frames della città di Roma, delle generazioni che ha cresciuto e dei suoi mondi urbani da esplorare… Volti, corpi che l’hanno attraversata e narrata, immortalandola in una immagine, nella pellicola cinematografica, in un racconto da tramandare. Un passato che è solo illusoriamente, però, una realtà estinta.

La città stessa non è semplicemente lo scenario del libro, ma è un vero e proprio motore narrativo che “svela” e “nasconde”. La città si configura come il teatro di un insieme di racconti.

Alvaro e Nando cresciuti alle spalle del Forte Prenestino che faceva simbolicamente la differenza con gli altri ragazzi che venivano dai palazzoni anonimi limitrofi, in quei territori spianati e tutti omologati. Invece loro potevano ancora rotolarsi nel mare di erba alta e organizzare tornei di calcetto, liberi dal cemento, accanto a quella imponente costruzione del XIX secolo. E grazie anche a molti di quei bambini e ragazzi che giocavano lì intorno, la città di Roma e non solo, è potuta entrare all’interno del magico ponte levatoio del Forte, per proiettarsi in un universo urbano ibrido e sempre in mutazione.

Come ci insegnano Franchino, Oreste e Spartaco, anche la creazione di un campo da calcio non è un’azione del tutto neutra, come non lo è battersi per la sua difesa, a dispetto di ogni recinzione, ruspa e scavatrice del caso. E con ogni mezzo possibile: “Li dovemo respinge, non potemo facce rubà pure ‘sto pezzo de prato”, perché “era il terzo tratto di pratone sottratto dai costruttori che lottizzavano l’area”.

I bambini narrati nel libro sono la generazione dell’Europa anno zero, che si è aperta alla vita in mezzo alle macerie della seconda guerra mondiale e che ha visto le città espandersi, dilatarsi e ruralizzarsi, prosciugandone le ultime marane, il cemento coprire le distese erbose di nessuno e privatizzarle in nuove recinzioni, il boom economico, l’ingresso della tecnologia nella città.

Venti novelle come quelle di Marcovaldo di Italo Calvino (scritto tra il 1952 e il 1963), le quali raccontavano la vita di città di un manovale e della sua famiglia che cercano di ambientarsi ai tempi della nascente “società delle palazzine”. E anche qui, come per sottolineare il carattere di favola, i personaggi di queste scenette di vita novecentesca, portano nomi altisonanti, mentre nelle loro piccole avventure di strada, lo sguardo si posa su di loro ricordando a tratti le descrizioni dei ragazzini combinaguai (ma forse più “borghesi”) di Le Petit Nicolas et les copains. [2]

In essi vi è un’umanità, da un lato, alle prese con le circostanze e le incombenze più elementari di vita – ovvero alcune tematiche principali del neorealismo letterario e cinematografico – e nello stesso tempo è presente una sorta di divagazione ironica marginalmente neorealista. [3]

Ma alcune cose non sono cambiate molto, guardando all’oggi. Ad esempio, come non immedesimarsi in Marcellino che ci suggerisce l’idea di immaginarsi di essere altrove, lontano dalle proprie incombenze, dove il ritmo della propria giornata è scandito non dal tempo di lavoro ma dal proprio piacere. Staccare dalla routine quotidiana, prendere la lambretta e andare al mare, senza attraversare il traffico o il calvario dei mezzi pubblici. E ancora nei tempi odierni la stazione Termini è lo snodo principale dei mezzi dalla “periferia” verso il “centro”, mentre al volante ci sta comunque chi pensa di sfidarli quei carri bestiame mal funzionanti, credendosi, come Straccaletto, il Bruno Cortona de Il Sorpasso.

E il mondo della formazione nelle sue classi sovraffollate è ancora oggi, come allora, un macrocosmo retto dal collante della meritocrazia, ma ogni bambino “pungente” inizia presto a capire che l’istruzione, e un certo tipo di sapere sono sempre il primo sentiero per uscire dalla marginalizzazione sociale. La città stessa sembra essere centro vivente di apprendimento.

Se come insiste Barthes (nel 1975), la città è un discorso e questo discorso è veramente un linguaggio, allora dobbiamo prestare molta attenzione a ciò che si dice. Rossella Marchini e Antonello Sotgia nella postfazione del libro, ci conducono ad una esplorazione urbanistica di quegli anni nella città di Roma, partendo, in un certo senso, da un assunto: se l’architettura è una forma di comunicazione e la città è un discorso, allora che cosa dicono o significano alcune strutture realizzate negli anni del boom economico e inserite nel tessuto urbano?

In parte, la povertà simbolica di un certo tipo di architettura e di paesaggio urbano attuali è il risultato diretto dell’espressione della monotonia razionalista, determinata dalle pratiche di zonizzazione [4] funzionale, in nome della “poetica del diradamento”, sotto l’egida dell’architetto Marcello Piacentini, già artefice dell’urbanistica del regime fascista, che ha portato allo “sventramento” di una parte del tessuto di interi quartieri, anche dagli anni ’60 in poi.

L’agglomerato urbano doveva essere (ri)trasformato in un efficace strumento di produzione. La città come un grande mercato di consumo, un’arena per le ambizioni dei palazzinari di turno che hanno “sommato le case le une alle altre”, intrappolando i suoi abitanti nei quartieri dormitorio cementificati.

Costellazioni urbane dislocate in territori vastissimi, integrate funzionalmente e differenziate socialmente, disposte secondo le linee di una struttura multicentrica, hanno portato alla formazione di tutta una serie di subcentri nell’area metropolitana.

L’architettura e il design urbano sono fonti di significato spazio-culturale in una realtà metropolitana che oggi ha sempre più bisogno di protocolli comunicativi e dispositivi di condivisione. E di recuperare un significato simbolico.

Come sintetizzato nella postfazione, questi racconti, pur evidenziando le trasformazioni edilizie della città e delle sue case, “ci portano fuori, oltre la soglia delle case” stesse, mentre la relazione fra spazio e luogo è messa in primo piano.

Come nella narrazione filmica neorealista, anche qui si scende nel cuore delle periferie, andando a raccogliervi pezzi di vita, volti, sguardi, cantieri. Il centro monumentale non compare mai, nemmeno come interferenza. Come nel cinema di Pasolini, viene ignorata la dimensione più spettacolare dello spazio urbano.

Negli anni del secondo dopoguerra la disciplina urbanistica che governa il territorio di Roma è formalmente ancora quella del piano regolatore del 1931.

Inizia il 12 ottobre 1951 la lunga vicenda del nuovo piano regolatore generale che, secondo la legge urbanistica approvata nel 1942, dovrà riferirsi all’intero territorio comunale, con una estensione dieci volte più grande di quella del piano del 1931 o dei piani delle altre grandi città italiane.

Il documento dà gli indirizzi per la redazione del piano: tutela del centro storico, anche trasferendo altrove funzioni direzionali; due direttrici di crescita a est verso i colli Albani e a sud verso il mare, per evitare la “macchia d’olio” indotta dal piano del ’31; zone industriali concentrate tra le vie Tiburtina e Prenestina; aumento di verde e attrezzature sportive un po’ ovunque.

Ma le mani sulla città ce le mettono in tanti, a cominciare da Salvatore Rebecchini, sindaco democristiano di Roma dal 1947 al 1956, tra i protagonisti del “sacco di Roma” novecentesco, il quale ha messo in campo la strategia politica di espansione della città nell’ambito dei grandi eventi per avviare quel processo di speculazione edilizia ancora in corso. Il centro sempre più incorniciato in se stesso, in linea con l’urbanistica fascista che intendeva isolare simbolicamente i monumenti capitolini in modo che potessero, come voleva Mussolini, “giganteggiare nella necessaria solitudine”.

La città cambiò volto per sempre. Le Olimpiadi di Roma 1960 sono uno spartiacque nella storia della Capitale sul piano urbanistico, viario, sociale. Per trasformarla inizialmente bastarono circa 5 anni.

La città concepita, dunque, sempre di più come un agglomerato di frammenti fortificati, spazi pubblici privatizzati e sottoposti a una continua sorveglianza. Case costruite per rimanere vuote.

Il nuovo piano entrerà in vigore solo nel 1965. E poi c’è tutta un’altra storia…

Ma come si abitava nella Roma al di là del centro storico, in quegli anni? Migliaia di baracche tirate su dappertutto, lungo gli acquedotti romani, e non solo, borghi e borghetti, agglomerati di case senza alcun servizio realizzate con materiali di fortuna.

Ma i particolari spazi della città sono creati da una miriade di azioni, ciascuna delle quali porta il segno dell’intenzione umana. Gli scatti fotografici di Claudio Bassi, dotati di tutta la bellezza della fotografia in bianco e nero, riproducono al pari di mille parole, gli scorci della città, tra le osterie di Torpignattara, i bar di Centocelle, i vicoli di San Lorenzo, i giochi in strada a Quarticciolo, e su per il Pigneto… Volti e corpi in movimento.

La città sembra sfuggire a una conoscenza capace di cogliere in maniera totale e sincronica ogni sua parte. Essa è sempre eccedente e solo i nostri archivi di sogni e desideri possono fingere di afferrarla. Ma i nostri corpi continuano ad innervarla e a significarla, per continuare a scoprire insieme, generazione dopo generazione come abitare la città.

Note

[1] Jack Nicholson con il naso rotto da poco e coperto da un cerotto, si rivolgeva così al miliardario speculatore John Huston nel film Chinatown di R. Polański (1974), che raccontava in un intreccio di realtà, finzione e salti temporali la torbida vicenda di appalti, speculazioni edilizie, corruzione e delitti che hanno accompagnato la colossale opera idrica realizzata a partire dai primi del Novecento in poi, per rendere abitabile quella che in origine era un’area semidesertica e creare così la scintillante Los Angeles.

[2] Le Petit Nicolas – creato dall’autore francese René Goscinny tra il 1956 e il 1965 e disegnato da Jean-Jacques Sempé – è uno dei primi esempi nella letteratura moderna per l’infanzia in cui l’esperienza e l’interpretazione del mondo sono viste con gli occhi dei bambini invece che con quelli degli adulti.

[3] Le maggiori innovazioni del neorealismo cinematografico, risiedevano proprio nell’articolazione di uno sviluppo narrativo che rinnega il logico incatenarsi degli eventi tipico del cinema classico. Con un massiccio uso dell’ellissi, arrivano a sembrare più realistici e riflettendo sulla casualità degli incontri nella vita quotidiana, spostano l’accento dal singolo alla collettività, in una narrazione di tipo corale, spesso ispirandosi alla vita quotidiana, ai fatti di cronaca.

[4] La zonizzazione è uno strumento utilizzato in urbanistica consistente nel suddividere il territorio di ciascun comune in aree omogenee secondo determinate caratteristiche. Una Zoning Law statunitense fu adottata per la prima volta a New York nel 1916. Essa definiva, per ogni lotto o isolato della superficie di Manhattan, un involucro immaginario che tracciava i contorni del massimo volume costruibile consentito. In Italia la legge urbanistica (legge 17 agosto 1942 n. 1150) introduce il termine di “zona”, anticipando la legge 6 agosto 1967 n. 765 che istituisce le “zone territoriali omogenee” (art. 17).

 

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