La Linea -copertinada Il Mago di Oz – consapevolezza sociale (qui l’articolo originale)

 

di Simona Spadaro
In un dipinto, in una fotografia, in un immagine, si possono tracciare piani, prospettive e punti di fuga: la disposizione della realtà rappresentata è essa stessa una scelta di valore densa di significati. Questo avviene anche per la scrittura, che tra intreccio narrativo e digressioni dell’io narrante, può condurre ad una dimensione più profonda, senza accorgersi di tutto il viaggio introspettivo che si sta compiendo, ma arrivando semplicemente a centrare il punto in cui la realtà oggettiva e soggettiva si incontrano.
Questa sinergia tra un istante disegnato ed uno raccontato, risalta potentemente tra le pagine di questo libro, nello stesso modo in cui risalta la personalità dell’autore e dell’illustratore, in un gioco di riflessi, di individualità allo specchio ed unione di idee, di visioni del mondo e percorsi di vita.
A dare il titolo al libro è la stessa protagonista metaforica del quadro riportato sulla copertina, una linea prospettica e demarcatrice: “La Linea”, un termine che definisce un elemento semplicissimo eppure carico di significati fortissimi, visibili ed invisibili. Sostanza e forma sono in completa compatibilità, il contenuto così come lo stile, risulta costantemente schietto, diretto, conciso e allo stesso tempo ricchissimo di simbologie, associazioni, intuizioni e riflessioni critiche più penetranti; questo è quello che prevale e che si fa sentire e amare già dalle prime righe del primo capitolo, le stesse che chiudono ciclicamente il racconto, come per dare l’impressione di un ciclicità infinita che si apre e si chiude, tra un incipit da “c’era una volta” ad un “apri bene gli occhi e osserva, qui ed ora”; questo come altri elementi, contribuiscono a dare grande enfasi di continuità tra la storia immaginata (come una favola surrealista che fa capolino in certi momenti) e la fotografia fedele della realtà delle lotte sociali, la presa di coscienza, l’azione.
La linea, che c’è negli occhi di Enrico e di Aladin è quella che vorrebbero far notare a tutti coloro che non riescono a vederla; alla gente che vive solo una parte di realtà, senza chiedersi cosa c’è aldilà di essa, a chi vive dentro gli spazi concessi dall’ordine prestabilito senza chiedersi perché e che cosa ci stanno togliendo, senza opporsi alle sbarre, ai limiti che il potere ti piazza davanti per controllarti, per delimitare la tua libertà, le tue possibilità, il tuo spazio, i tuoi diritti.
Esiste una linea immaginaria che non ti toglie niente, che non ti nega nulla, quella dell’orizzonte che divide il cielo dal mare, o qualunque cosa si estenda lungo il tuo sguardo ovunque tu sia, e che puoi vedere osservandoti intorno, ricordandoti che tu sei solo un punto di questo infinito universo; eppoi esiste poi una linea immaginaria che invece ti toglie tutto, negandoti piano piano o improvvisamente, di accedere a certe zone di transito, a certe parti di mondo, che diventano a solo appannaggio di pochi, siano essi politici o uomini in divisa che eseguono un comando ricevuto.
C’è gente che vive reclusa, che non guarda mai l’orizzonte, che non sa vedere la linea, che non mette in discussione l’ordine dato, e proprio perché è stato dato lo confonde con l’ ”ordine”, e non sa che così facendo vive dentro un carcere. Impreziosire la propria gabbia mettendo i fiori alla finestra è una proverbio che svela di solito la vacuità delle abitudini dell’uomo occidentale, alla continua ricerca di una falsa libertà, perché la vera libertà è ciò che lo attanaglia, ciò da cui fugge. Questo è anche quello che avviene più in particolare, nella condotta di vita del perbenista borghese di ogni tempo, sempre dedito al rispetto verso l’ordine prestabilito, perché ciò gli assicura sogni tranquilli nella propria vuota esistenza. Si potrebbe pasolinianamente pensare che quello che è avvenuto nel corso della storia recente, è stata purtroppo un’accettazione sempre più larga dell’ordine stabilito, la cecità del proletariato che spesso ha venduto la propria anima alla conquista della prigione dorata da abbellire attraverso lo sfruttamento del lavoro, la perdita di coscienza politica e di rabbia verso l’ingiustizia sociale. Occorre far riaprire gli occhi a questa parte di mondo, sul fatto che le promesse fatte sono state vane, che la prigione dorata è la peggiore delle soluzioni, perché è una scatola stretta dentro la quale a mala pena si sopravvive. A questo serve leggere un libro del genere oggi, per chi non ha mai sentito dentro di sé la voglia di riscatto sociale, di lotta per le libertà negate. Serve, oltretutto a comprendere quella parte di mondo in rivolta, che la televisione e gli altri mezzi asserviti al potere tendono spesso ad inquadrare con l’etichetta e lo stereotipo funzionale dei violenti facinorosi. Esiste una violenza che è la più disumana che ci sia, che bisogna avere il coraggio di guardare e definire, togliendosi le bende del moralismo, della paura, dell’ottusità e dell’ignoranza: è la violenza che sta dentro quelle inquadrature, dentro quegli schermi, dentro quelle etichette, quegli stereotipi, quelle linee tracciate a dovere da chi costruisce il suo impero sulla gente che vive e muore di stenti . Le lotte sociali nel corso della storia, hanno subito diversi attacchi: dal sangue versato a causa delle ondate repressive dilaganti ad opera dei criminali in divisa che rispettavano l’ordine prestabilito alle ondate repressive sottili somministrate come pillole, della politica dei media e dell’informazione di regime che ha contribuito alla normalizzazione della ferocia della polizia e dell’ordine impartito dai governi e alla giustificazione di queste come legittime.
La linea ce l’abbiamo davanti ogni giorno. C’è chi non se ne accorge perché vive una sopravvivenza formato soap opera socialmente controllabile, monitorabile e preferibile per il potere; eppoi c’è chi non ne può più di questa farsa, delle multinazionali, delle vetrine dei negozi e della finta libertà, della televisione e dell’ordine prestabilito e quella linea la vede eccome. Non basta vederla, bisogna abbatterla. E’ questo quello che per cui lotta l’umanità del libro e del dipinto rappresentata da colori e parole vere, capaci di urlarti silenziosamente dentro mille motivi per cui combattere e catapultarti lì, al loro fianco, sulla tela o sulla pagina bianca o sulla strada. C’è una parte di umanità che lotta, che ha capito che non si può accettare tutto perché il dissenso è sacro nella società dell’inganno e del carcere, metaforicamente e fisicamente inteso. Ascoltare quella parte di umanità, leggendo questo libro, ci fa sentire che quelle motivazioni sono dentro di noi, semplicemente in quanto esseri viventi, persone. E’ un libro squisitamente antiautoritario ed antimilitarista perché ritrae perfettamente uno scenario in cui trionfa l’assurdità delle situazioni sociali afflitte dalle istituzioni capaci solo di foucaultianamente di sorvegliare e punire, di ordini precostituiti da rispettare a tutti i costi, anche ed anzi, a maggior ragione quando ledono le possibilità di crescita e di emancipazione e di libertà dell’uomo.
Svelare l’umanità che c’è dietro chi quella linea di potere, di dislivello ed ingiustizia sociale, vuole a tutti i costi abbatterla, può essere una scoperta importante per rendersi conto che non sempre quell’ordine prestabilito assicura il bene comune, anzi a volte è semplicemente la prova dell’infamia del potere che governa e che condanna. Questa presenza viene descritta in modo metaforico sorprendente, verso la conclusione del libro, come qualcosa di cangiante, di accomodante, uomini politici capaci di trasformare una linea di disparità in un cerchio, essendo esso una forma più morbida, più compiacente per lo spazio vitale del cittadino votante, ma ogni limite, ogni forma opportunamente imposta dall’alto, è sempre una forma di prigionia, di detenzione! Ed è qui che si può cogliere il nucleo libertario di queste bellissime pagine, che insegnano ad andare oltre l’apparenza, ad osservare attraverso le lenti del pensiero critico le prospettive che ci sono e quelle che vorrebbero darci, e a scegliere ancora una volta, parteggiare, essere partigiani in nome del pensiero critico e di quella libertà che spezza i fili spinati e non può essere costretta dentro nessuna delle loro gabbie.

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