da Il Becco del Tucano (qui l’articolo originale)

La Linea -copertinaMolto più che una semplice favola, ma senza che il lettore possa annoiarsi, La Linea, lavoro frutto dell’unione di due emergenti, lo scrittore Enrico e lo street artist Aladin, è un ottimo mix tra quella che potremmo definire sceneggiatura capace per la sua prorompente semplicità d’esposizione, senza rinunciare a provocare riflessioni ed una parte grafica che  fomenta l’immaginazione. Per chi fosse a Roma, sabato 18 luglio, ci sarà la presentazione ufficiale a BAM.

Generalmente, per una disparata serie di motivi, sono abbastanza restio nel recensire i lavori degli amici; anche se fondamentalmente la mia principale preoccupazione non è tanto quella di urtare i loro sentimenti, quanto quella di non apparire imparziale al pubblico dei lettori, sembrando troppo coinvolto per dare un giudizio oggettivo.

Eppure, questa volta farò un’eccezione, perchè l’esperimento messo in piedi da Enrico Astolfi (che abbiamo avuto già ospite alla trasmissione radiofonica e di cui abbiamo recensito il suo ultimo lavoro, “Casilina ultima fermata.”) e da Aladin merita un’attenzione particolare.

Parlo di esperimento, per la commistione tra una parte squisitamente narrativa, che costituisce la storia, scritta dal primo, e quello che è molto di più di un semplice supporto grafico, ma parte integrante del tutto, vale a dire le illustrazioni dello street artist yemenita il cui tratto è diventato molto familiare per gli amanti dell’”arte conflittuale” e i frequentatori dei centri sociali ( ma anche di questo blog, vedi qui…) avendo ritratto sui muri di parecchi di essi, indistintamente da Nord a Sud, a mò di affreschi, quelle scene, (in particolare quelle degli ultimi anni), che hanno creato quell’immaginario vitale per la realizzazione ed il sostegno di un nuovo ciclo di lotte,  quanto mai necessario in questo delicato momento storico.

Ma si tratta di un esperimento anche perchè, come campeggia in quarta di copertina, “questo non è un romanzo, un trattato politico, una raccolta di poesie o un saggio. È una favola, una storia di fantasia più o meno reale”. E che storia!

Una linea retta è stata tracciata nella notte,  taglia in due una città, rendendo di fatto impossibile l’attraversamento. Su un lato della Linea, un esercito di militari e poliziotti capeggiati dal Generale, dall’altro, milioni di persone senza capi ma accomunati da due parole: No Linea, decisi a oltrepassarla a tutti i costi. Sullo sfondo gli abitanti al di qua della Linea, protetti, dagli sgherri del Generale, ma che in realtà non sanno neanche loro il perchè di questa linea a chiudere ( e qui, concedetemi il rifermento agli Erode e a uno dei loro maggiori anthem “Tempo che non ritorna”…), ma che siccome c’è, dev’essere per forza di cose giusta.

Il risultato di questo stallo sarà un confronto, non solo fisico, ma soprattutto mentale e attitudinale tra chi difende il confine e chi invece vuole violarlo, per avere agibilità e libertà di movimento. Ma sebbene, sempre la quarta di copertina indichi come il libro vada letto “con leggerezza, o potreste correre il rischio di rimanere bloccati da qualche parte, dietro a qualche linea immaginaria”, chi ha dimestichezza con le dinamiche di piazza, non avrà difficoltà a scorgere nella moltitudine dei personaggi più o meno anonimi che compongono il blocco dei “No Linea” i vizi e le virtù che si annidano da sempre all’interno delle varie anime del Movimento, ma senza che vi siano espressi giudizi di merito, lasciando al lettore il libero arbitrio, su quale sia la risposta più appropriata da opporre alla cieca violenza degli uomini del Generale, un qualcosa che a mio modesto parere, è molto più di un semplice esercizio teorico.

Infatti uno dei principali meriti de “La linea” è quello di aver reso leggero e agevole, quella che più che una semplice favola potrebbe sembrare come il compimento di un percorso verso il quale lentamente quanto inesorabilmente ci stiamo avviando. Sembra infatti la preconizzazione dei progetti delle classi dirigenti, intenti a  creare delle città vetrina, in cui, all’apparenza, tutto sembri perfetto e in cui non vi sia posto per quelle che di volta in volta possano essere ritenute delle storture da eliminare, o quanto meno da nascondere, separandole fisicamente dal “corpo sociale accettabile”, per essere relegate in quelle periferie sempre più terre di nessuno: la povertà, il dissenso, la mancanza di quel decoro borghese, con cui si tenta di annegare ogni forma di alterità nei confronti della cappa conformista che stanno provando a calarci dall’alto.

Del resto anche le sempre più frequenti “zone rosse” invalicabili ( o quasi…), con cui viene concessa in maniera un po’ troppo accondiscendente alle forze dell’ordine di amministrare  con zelo e disinvoltura  l’ordine pubblico durante i grandi eventi, ed in cui di fatto, non sono assicurate a prescindere tutte le garanzie democratiche, va proprio in questa direzione.

Quanto sarà possibile invertire quest’andazzo, forse lo sapremo anche decidendo di investigare meglio lungo il solco scavato dalla Linea. La prima linea!

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