[In tempo di guerra] Racconto di Natale

da In tempo di guerra e altri racconti 

di Alessandro Pera

nateleperaÈ un clima da neve, ma senza neve. Non c’è quasi nessuno in giro ma la gente non si è certo spaventata per il freddo: sono tutti al centro per le ultime spese. I pochi che passano hanno una gran fretta, snobbano il Babbo Natale intirizzito che distribuisce volantini all’angolo, ignorano la triste vetrina del fotografo e volano via, verso angoli più vivi. In questo quartiere, con le strade così larghe, il vento si sente di più; mette a disagio, come il chiarore di questo sole slavato, che sembra artificiale.

«Non passa neanche un cane con questo freddo, non finiscono più, ne butto un po’ nel cassonetto, non ci credo che fanno i controlli… trentacinque euro, ma te li fanno soffrire, la stronza dice fai il regalo alla bambina poi non compra neanche il vino, dico a Natale non si può bere l’acqua, è che ti deve far pesare tutto, se non lo chiedevo neanche lo diceva che non c’era il vino, da non credere, noi non lo beviamo, la strozzerei quando dice così, chi cazzo siete voi, io sono il padre, a casa non puoi tornare, glielo avessi chiesto… la Barbie no, ma quella celeste a venti euro, forse sì, bisogna arrivare al centro commerciale, mi faccio fare il pacchettino, chissà a che ora chiudono, venti euro e parla pure, ne rimangono quindici, il vino e le sigarette, alla stronza non compro niente, dice per la bambina, adesso ci pensi, le cose che mi ha detto davanti a lei, dice non sei cambiato, fanculo, cambia te stronza».

Passano svelti gli inquilini del palazzo di fronte, corrono i fattorini con le consegne, passeggiano le persone sole che rimandano il rientro. Ma il volantino lo prendono tutti a fatica, uno sguardo appena, scuotono la testa e spesso lo gettano in terra dopo pochi passi.

«Ma chi compra elettrodomestici, per Natale, cara ti ho preso il pelapatate elettrico, non si può, lo metti nel pacchettino, sotto l’albero, l’aspirapolvere, ecco la famiglia felice, io neanche l’albero ho fatto quest’anno, la bambina se l’aspettava, ma la madre non lo ha comprato, dice i soldi, ma tu lavori, che ci fai coi soldi, sei buona solo a chiederli, e allora addio albero, e il resto».

Nell’enorme negozio di specialità alimentari non c’è la folla che ci si aspetterebbe il giorno della vigilia, ma forse i prezzi sono troppo alti, per questi tempi incerti; i più accorti hanno fatto acquisti mirati nei giorni precedenti e ora sono rimasti soltanto i ritardatari, gli ingordi e quelli che hanno aspettato un invito fino all’ultimo. L’uomo, che ha paura di sembrare grasso, ha comprato già tante prelibatezze e, con le mani cariche di pacchetti, ordina ancora, ma con un’ombra di disagio, perché pensa che ridano di lui e facciano congetture maligne; invece sono solo stanchi e con la testa altrove, la nausea di cibo che sale ancor prima della cena. Lui rimarrà da solo ma non se ne duole, già pregusta il pasto delizioso, i vini che l’accompagneranno, i dolci, il film, scelto da tempo, il giorno di vacanza, una serena pausa dedicata a se stesso. Ha avuto qualche dubbio sul rosato, frizzante, leggero, forse troppo leggero, per portate così impegnative; ma il commesso dell’enoteca, con quei baffetti anacronistici, l’aveva alla fine convinto, «lo provi, lo provi, mi saprà dire». Lo trattano con ogni riguardo nei negozi, è uno che spende, che sceglie il meglio, e non solo a Natale, lo salutano a distanza eppure lui cambia spesso, non è mai del tutto soddisfatto.

«Fa un freddo veramente pazzesco, dovevo venire prima, svegliarsi presto è sempre quello che ti frega, ma col freddo che fa, gli autobus che non passano, poi è un quartiere sfigato, sì, hanno i soldi, ma non c’è un’anima in giro, se ne fregano dell’aspirapolvere, questi hanno tutti la serva, stasera banchettano come porci, guarda quel ciccione, con tutti i pacchetti, chissà quanti sono a cena, una busta è solo di vini, magari si mangia tutto da solo…».

L’uomo arranca un poco, il peso delle bottiglie, il vino, lo spumante, la grappa, gli disegna solchi tra le dita. E poi il caviale, il salmone, l’anguilla, l’insalata di mare, gli altri antipasti, l’aragosta, l’ananas, il torrone, le diverse specialità di pane; pensa che, forse, ha un po’ esagerato ma è quasi arrivato al portone, al caldo, alla pace, alla cena. Natale è bello per questo: la domenica alcuni clienti si permettono di telefonare, per casi urgenti, per ansia, ma a Natale no, non osa nessuno. Niente turberà il silenzio; anche i regali li hanno consegnati già tutti, quattro cestini quest’anno. Osserva con sbiadita curiosità il Babbo Natale che dà i volantini; lui non ha neanche un dito per prenderli e pensa che è strano che facciano ancora queste cose, neanche i bambini si fanno impressionare, le renne e il resto erano cose che andavano bene anni fa. Eppure cattura lo sguardo il rosso antiquato della divisa, in contrasto con la luce bianchiccia e finta che si sta lentamente estinguendo. C’è nell’aria il ricordo inquietante di poesiole mandate a memoria, un profumo d’infanzia e di riti che si mischia all’acre presenza dell’aceto e del fritto. Il portone è chiuso, come è giusto, ma è difficile cercare la chiave con le mani occupate. Le bottiglie ballano nella busta urtandosi, i pacchetti ondeggiano pericolosamente, rischia di cadere a terra il sacchetto del pane, forse l’olio deborda dalle vaschette e invade territori non suoi: il peso è veramente eccessivo ma la meta è vicina. E invece no, l’ascensore è bloccato: brilla arrogante la luce inquieta che indica occupato e otto piani separano il bottino dall’arrivo. Allora poggia a terra tutte le sue buste, disponendole meticolosamente in modo che non si rovescino; cercando di mantenere un tono dignitoso, lancia verso le scale un grido che nessuno raccoglie, sbuffa, sbatte con la mano aperta sulla porta, aspetta nervoso. Cinque minuti sono infiniti lì nell’androne ma rischiare di salire sperando che l’ascensore sia bloccato ai piani bassi è insensato: vorrebbe sedersi sui gradini ma non osa, sciuperebbe il vestito e poi se passa qualcuno…

«Stare fermi così è da pazzi, non finiscono più, il freddo taglia la faccia, me ne sbarazzo e poi vado in agenzia a incassare, gliel’ho detto, solo se pagate domani, è Natale per tutti, io sto qui a lavorare con questo freddo e poi quella dice sei venuto a scroccare, come al solito, ti sei bevuto tutto, ma i duemila dell’anno scorso però se l’è scordati, e la macchina, il cellulare s’è presa, dice che i soldi li aveva messi lei, si ricorda solo quello che fa lei ma non quello che prende, amore, amore, e contava tutto, tutto si ricorda, sta sempre a contare, la bambina pure me la mette contro, ieri neanche al telefono è voluta venire, sta studiando, e mica la mangio, sono il padre, poi però… guarda il ciccione che torna indietro, vorrà comprare altra roba…».

L’uomo grasso che sembra un vero Babbo Natale e il falso Babbo Natale magro, allampanato e infreddolito, parlano brevemente. Poi rientrano nel vicino portone.
«Cinque euro, otto piani, non è male, ci metto cinque minuti, sembro un somaro, guarda quante bottiglie, ancora quattro piani, c’è pure la grappa, questo non ce la fa neanche senza pesi, saranno duecento euro di roba, chissà poi nei pacchettini, la stronza avrà fatto spaghetti al tonno come tutti gli anni, sembra che tutto le pesa, ma quella bocca quando la chiudi, rinfaccia, e sta sempre a contare, il mutuo le ha dato alla testa, due piani, poteva metterci sopra una bottiglia di vino, il ciccione, è Natale, mica sono una bestia, sto sudando con questo freddo pazzesco, ecco, ci siamo…».
L’uomo, che proprio non vorrebbe sentirsi così pesante, arriva stravolto all’ultimo piano, affannato, lo sguardo spento, sembra più stanco lui dell’improvvisato facchino. Sul pianerottolo ha come un’incertezza, un attimo mal celato di esitazione; poi apre la porta e fa entrare Babbo Natale con il bottino. Nell’ingresso riprendono fiato, in piedi uno di fronte all’altro; si scrutano in un silenzio imbarazzato che non può prolungarsi ma l’ospite non viene subito congedato.

«Soltanto un minuto, un caffè». Babbo Natale si siede impacciato, con la sua improbabile divisa, nel salotto elegante dove i cestini stracolmi hanno incontrato i nuovi acquisti. Il clima qui è caldo, quasi troppo, ma è gradevole all’inizio; le mani fuori dai ridicoli guanti riprendono possesso del tatto e perlustrano la strana sagoma del divano. Il sangue circola di nuovo, faticosamente, «ci vorrebbe un cognac, ma un caffè va bene lo stesso, dieci minuti al caldo, non di più, per riprendersi da cinque ore di marciapiede». La casa è di quelle che mettono a disagio, che sembra che non ci viva nessuno, con quei lampadari moderni, alla moda, il vetro ovunque, e i tavoli vuoti come nelle riviste di arredamento. L’uomo è fin troppo gentile, dice parole di circostanza sul freddo, il Natale, gli ascensori e i prezzi dell’anno scorso, parlando dalla cucina e lasciando il suo ospite incustodito nel salotto, da solo. Parla senza attendere una vera risposta, non si sono neanche presentati ma non può fare a meno di cercare di rompere il freddo tra loro.
«Un caffè caldo fa solo bene, non è vero che non fa dormire, poi è vigilia. Lei ha famiglia?»
«Eh, sì, cioè, una moglie e una figlia».
«Ah… bene, congratulazioni».
La caffettiera inizia a borbottare, allora spegne il fuoco, e si affaccia in silenzio nel salotto dal lato opposto da cui è uscito, perché le tazzine migliori sono nella vetrina e vede che l’altro si è alzato, ha preso una delle bottiglie e la nasconde nel giaccone rosso. Fa finta di niente, entra rapido nel salotto, prende le tazze e va via verso la cucina, ma non gli dà le spalle, teme una rapina e che la bottiglia possa essere usata come un’arma. In preda a un gelido tremito, attraversa la casa, verso lo studio. La regola è: non far entrare in casa gli estranei. Nel cassetto della scrivania c’è una pistola.

Nel frattempo dio era tornato sulla terra e aveva aperto un negozio di ferramenta a Long Island. La faccenda non era passata del tutto inosservata all’inizio; c’era stato un po’ di rumore, la solita fuga di notizie, e sui giornali locali erano usciti articoli su una possibile rinascita religiosa, su misteri sepolti da pettegolezzi di provincia e anche proteste dell’Associazione commercianti per concorrenza sleale. Poi piano piano le voci si erano diradate e infine erano sparite del tutto: c’è sempre un grande bisogno di speranza ma non è facile tener desta l’attenzione del pubblico.
Nel frattempo… Natale è una festa triste per chi è solo e ad alcuni ricorda errori commessi in gioventù. Non c’è parola, o gesto, o persona, che tutto comprenda e infine riscatti. Ma se hai a disposizione tutto l’universo degli accessori per la casa, le maniglie, le prese della luce, le serrande, i ganci per le tende, se puoi navigare nel piccolo mondo delle viti, dei bulloni e dei chiodi, se puoi ammirare le pareti decorate come un cielo infinito di cacciavite di ogni dimensione, se puoi, in perfetta pace interiore, dedicarti a catalogare questa immane raccolta di merci, chi è più beato di te su questa terra? La vigilia di Natale è un giorno ideale per l’inventario, pochi, pochissimi clienti al mattino (decorazioni per l’albero, qualche festone) e poi silenzio e pace per tutto il giorno. Poco lontano la folla e le luci del Luna Park, che si intravedono dalla soglia, mentre il vento porta appena un’eco della musica e del rumore; è meglio restare qui, fuori dal disordine, (puoi anche immergerti nel mondo, puoi anche essere il mondo, e se sei dio non ti è difficile, ma non puoi cambiare una sola virgola dell’orario ferroviario). È meglio restar soli nell’enorme negozio a contare le viti.

Sono in terra l’uno sull’altro e la lotta è feroce; il grasso non ha sparato e nel corpo a corpo sembra patire l’agilità e la rabbia dell’altro. Sfrutta però il peso e protegge la pistola con il corpo, sta sotto ma non è ancora vinto. L’altro scalcia, mulina le braccia, ha paura però che parta il colpo e vorrebbe conquistare la pistola, punta un ginocchio sullo stomaco dell’avversario e con le lunghe braccia gli afferra i polsi, li stringe, forma con le mani una disperata tenaglia. Sente il metallo della pistola vicino, «ancora uno sforzo», scivola e i due visi si trovano improvvisamente di fronte, vicinissimi, gli occhi negli occhi, «ancora uno sforzo…» improvvisa lo sorprende una testata sul naso. Il sangue scende copioso sulla barba posticcia e li contamina entrambi; sembrano un unico animale ferito che scalcia.
L’uomo vestito da Babbo Natale sente che sta soccombendo, il dolore della ferita, l’impaccio della divisa, la sorpresa di vedere un impiastro così battersi a morte, la pistola ancora nelle mani. Con l’ultimo guizzo strattona l’avversario e lo porta ancora più vicino al suo viso insanguinato; con una furia disperata gli ficca i denti nell’orecchio, morde e non molla, quasi glielo strappa, stringe ancora più forte ed è di nuovo sopra, sente il tonfo della pistola che cade in terra, ha vinto.

Gli ha dato solo due calci in faccia, non ha voluto infierire; il ciccione, spiaccicato sul pavimento, terrorizzato, non riesce neanche a implorare clemenza. A terra l’enorme macchia rossa del vino versato, i cocci della bottiglia, una sedia rovesciata, buffi volantini con un aspirapolvere addobbato come un abete, un improbabile posacenere a forma di rondine, con le ali ormai spezzate, regalo di un cliente bizzarro.
«Non ti ammazzo perché mi fai pena, coglione…».
Il Babbo Natale cerca di ricomporre la divisa, stracciata qua e là, macchiata di vino e di sangue, e con la barba in mano, riprende fiato, lentamente.
«Dimenticati di me, dimenticati, non è successo niente e ringrazia il cielo che è Natale…».
Andandosene afferra una delle bottiglie di vino poggiate sul pavimento e scampate miracolosamente alla bufera, se la mette solennemente sotto braccio ed esce senza fretta, guardando negli occhi il nemico.
L’uomo sente sempre più il peso dei chili di troppo, dolori ovunque e la sorpresa di essere vivo. La puzza del vino inebria e disgusta ma la desolazione è solo in questo angolo della casa. Dovrà dire alla donna di venire domani, anche se è Natale, per pulire la stanza, e tutto tornerà come prima.

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