da Il Manifesto del 1 luglio 2015 di Andrea Colombo

il-manifesto-del-01-luglio-2015Si chiama In tempo di guerra (Lorusso edi­tore, pp. 185, euro 11), ma in realtà solo il rac­conto che regala il titolo all’intera rac­colta, il più lungo e il più ambi­zioso, quasi un romanzo breve, si svolge sullo sfondo di una guerra. Una di quelle come se ne com­bat­tono un po’ ovun­que sin dalla fine del XX secolo: senza eser­citi e stati mag­giori, senza una pre­cisa e ben defi­nita linea del fronte. Uno di quei con­flitti civili che lace­rano le città e le spac­cano in due, come a Bei­rut o Sara­jevo o anche Geru­sa­lemme, e tra­vol­gono così le anti­che e ormai quasi dimen­ti­cate distin­zioni tra civili e combattenti.
L’autore è Ales­san­dro Pera, ex bri­ga­ti­sta appro­dato alla let­te­ra­tura dopo gli anni delle armi e quelli della galera, che con il pre­ce­dente Afa era arri­vato, senza nes­sun poten­tato alle spalle, alla can­di­da­tura per lo Strega. Pera sa che nella moder­nità guerra e pace non sono più dimen­sioni alter­na­tive, distinte e distin­gui­bili. Si lam­bi­scono e si intrec­ciano, come sarebbe stato un tempo non imma­gi­na­bile. Dun­que rac­conta da un lato la nor­ma­lità di una guerra dive­nuta abi­tu­dine quo­ti­diana, dall’altro una pace bel­li­cosa, fatta di rab­bie e fru­stra­zioni e ran­cori che, se ancora non sono l’esplosione, almeno la pre­pa­rano e la spie­gano in anticipo.

tempo-di-guerra-webLa città in cui è ambien­tato il rac­conto prin­ci­pale è imma­gi­na­ria. La sua con­di­zione, invece, stret­ta­mente rea­li­stica. Da una parte i quar­tieri popo­lari, iso­lati dopo una rivolta. Dall’altra la roc­ca­forte dei quar­tieri alti, pro­tetti da bastioni, sor­ve­gliati dalle mili­zie armate. È una guerra stri­sciante, tra­ve­stita da pace, un con­flitto che mima la nor­ma­lità, pro­prio come capita in tutte le guerre civili moderne, una bat­ta­glia in cui vince chi fal­cia più civili.
L’anonimo pro­ta­go­ni­sta è un civile, lo cono­sciamo solo come M.: un ragazzo che di guerra campa, gra­zie a un pro­fi­cuo mer­cato nero, e per la guerra si dila­nia. Per­ché M. è anche inna­mo­rato, e si tor­menta per la gelo­sia della sua Bella, che vive dall’altra parte delle mura, nella città alta e ricca. Tor­men­tato dal desi­de­rio e dalla gelo­sia, M. sce­glie il giorno peg­giore di tutti per ten­tare di pas­sare clan­de­sti­na­mente il con­fine, insieme a un grup­petto di dispe­rati che come lui sono pronti a tutto pur di avere noti­zie di qual­cuno molto amato che vive al di là della linea del fuoco: a un passo, eppure irra­giun­gi­bile senza rischiare la pelle.

Pera è bra­vis­simo nel descri­vere nei par­ti­co­lari la con­di­zione della città diven­tata campo di bat­ta­glia, l’intreccio da incubo tra le vesti­gia di una nor­ma­lità recente e la fero­cia del con­flitto che si è sovrap­po­sta a quella nor­ma­lità senza sosti­tuirla del tutto. Descrive, senza con­ce­dere un rigo alla reto­rica, non la guerra ma una forma spe­ci­fica e asso­lu­ta­mente moderna della guerra: quella in cui tutto si mischia e la con­di­zione d’emergenza ed ecce­zione diventa a modo suo quo­ti­dia­nità.
Nono­stante un colpo di scena finale che strap­pe­rebbe l’applauso a Hit­ch­cock, il rac­conto un po’ risente della sua forma ibrida, che arriva giu­sto sul con­fine con il romanzo senza però var­carlo. L’ambientazione fun­ziona per­fet­ta­mente. I per­so­naggi, non solo il pro­ta­go­ni­sta ma tutta la diso­mo­ge­nea com­bric­cola che cerca di pas­sare da una parte all’altra della città stri­sciando sotto terra, avrebbe meri­tato qual­che atten­zione in più.

Gli altri rac­conti, più brevi e fol­go­ranti, nar­rano invece una pace che è tale solo di nome: cupa e tra­ver­sata da ten­sioni latenti, una pace da stato d’assedio. Che si tratti di gio­vani pre­cari che per quat­tro soldi smon­tano il palco di un con­certo, oppure di attem­pati pen­sio­nati esi­lia­tisi in una stanza col tele­vi­sore come unico com­pa­gno, o ancore di un mesto amore di peri­fe­ria che forse è solo il sogno di chi campa un’ancora più mesta esi­stenza, i rac­conti di pera descri­vono un’esistenza senza gioia né emo­zioni: un uni­verso senza spe­ranze non per­ché mon­cato dei suoi sogni ma per­ché ridotto a con­si­de­rarli in par­tenza e per defi­ni­zione irraggiungibili.

Di con­tro la guerra civile, con la sua dispe­ra­zione e la sua mise­ria, con le sue mili­zie armate e i civili che fini­scono coin­volti quanto e più dei mili­ziani stessi, si rivela a modo suo più vitale, a una pace armata in cui ogni pas­sione è spenta, cor­ri­sponde una con­flit­tua­lità per­ma­nente che invece per­mette alle emo­zioni e ai sen­ti­menti di cir­co­lare molto più libe­ra­mente di quanto non sia dato ai corpi costretti nei con­fini angu­sti delle due metà della metro­poli armate l’una con­tro l’altra.
Forse l’elemento più inte­res­sante del libro di Ales­san­dro Pera, preso nel suo insieme, è pro­prio in que­sta con­trap­po­si­zione, sce­vra di ogni ideo­lo­gia, tra due dimen­sioni, la pace e la guerra, che dovreb­bero fron­teg­giarsi come il bene e il male, e invece, qui ed ora, nella situa­zione data, non pos­sono più farlo.

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