Lorusso Editore - Hambastagi, seminare perle nella polvere afghana
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Hambastagi, seminare perle nella polvere afghana

di Enrico Campofreda (autore di Leggeri e pungenti – Storie, luoghi e volti di periferia)

Non si nascondono, almeno per ora, donne e uomini del Partito della Solidarietà afghano (Hambastagi) e tutte le molteplici attività che gli fanno da contorno. Un corpo sociale, vitale, umano fatto di esistenze difficili, spesso violate, sfregiate da lutti, ma incapaci di arrendersi. Vite durissime, impreziosite dal coraggio e dalla coscienza di chi sa, e lo divulga, che solo la lotta diventa la soluzione in un paese piegato da quarant’anni di guerre ininterrotte. Conflitti imperialisti voluti da chi invade e dispiega i propri eserciti (i russi nel 1979, gli statunitensi nel 2001 cui s’accodarono gli alleati Nato e sono tuttora lì, dopo 17 anni). Eserciti arrivati per “liberare” da qualcuno che, invece, opprimono i più, impedendo un’esistenza normale. Esiste una normalità nel mondo? Non in quello che s’impossessa di corpi e anime altrui. Una strategia usata in Afghanistan da molteplici attori. Le superpotenze, tutte prese da geostrategie militari ed economiche sempre volte a impedire l’autodeterminazione della gente. I paesi di media caratura, che nella veste di alleato o concorrente dei grandi, in Medio Oriente mostrano ambizioni di potenza regionale.
L’Afghanistan coi suoi altipiani, valli e vette maestose è lì da sempre. Come crocevia dell’Asia centrale ha conosciuto invasioni millenarie e mescolato razze, quale creatura geopolitica esiste dalla metà del Settecento. E il nascente impero Durrani, estesosi sino a Delhi, dovette fare i conti con la vorace potenza dell’impero britannico che ha segnato i risvolti dell’Afghanistan contemporaneo fra sovrani illuminati, colpi di mano politici e le recenti occupazioni più devastanti di quelle di Gengis Khan. L’Enduring freedom, la “missione di pace” Isaf, il Resolute support sono le classiche denominazioni con cui si confezionano oppressioni mascherandole da iniziative umanitarie e democratiche. Quel che manca nel devastato Paese asiatico è senso umano, sviluppato solo da qualche Ong e da chi lì ha impiantato ospedali per curare i feriti di tutti, soprattutto i civili, ma anche militari e miliziani di chi pensa solo alla guerra. Sono i centri di Emergency, visto che Médecins sans frontières, diventata tre anni addietro obiettivo dell’Us Air Force che ne bombardava le strutture sanitarie, ha lasciato il territorio.

 

I denari spesi dall’apparato occidentale impiantato in loco (i dati risalgono al 2017) sono impressionanti, s’avvicinano ai mille miliardi di dollari, sebbene alcuni rapporti raddoppino la cifra. Un inutile scialo di risorse, oltre che di vite umane (110.000 secondo le stime raccolte dall’Onu nel 2016), peraltro aumentato negli ultimi due anni, da quando è in atto la sfida sul primato dell’insorgenza fra i talebani della Shura di Quetta e i dissidenti.

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Quest’ultimi (Isis del Khorasan, Teherik-e Taliban, Tehrik Jamaat, Lashkar Tayyiba) hanno creato la branca afghana del Daesh. Di tali sciagure, collegate ai risvolti più speculativi della geopolitica, diversi aspetti si conoscono, seppure la narrazione ufficiale opti per celarne risvolti purulenti. Che sono tanti: dai “danni collaterali” con cui la Nato definisce gli assassini di civili, alle extraordinary rendition rivolte alla popolazione, di fatto sequestri illegali costellati di torture. Si mascherano, poi, le coperture ai politici cooptati come traghettatori verso la democrazia (prima Karzai, ora Ghani e Abdullah), impegnati a rilanciare politicamente ex signori della guerra che mai hanno sciolto le proprie bande armate, e si trasformano in affaristi mafiosi.
Costoro hanno le mani sugli aiuti umanitari, come faceva Mahomood Karzai tramite Kabul Bank. Oppure gestiscono il traffico dell’oppio, opera d’un altro fratello del presidente, Ahmed Wali, fatto fuori da una guardia del corpo per conto di concorrenti o ex compari. Non è dato sapere se quest’ultimi fossero generali Nato, la Cia che lo teneva a libro paga, o amici talebani, doppio e triplogiochisti, alla stregua di navigati statisti mondiali. Combattono, trattano, mercanteggiano e inseguono un potere, assoluto o condiviso anche con l’attuale governo, e un potere personale. Fra l’altro gli intrighi della politica che sfugge alle dichiarazioni ufficiali, li fa permeabili a ogni trattativa trasversale, come fossero agenti segreti che s’abbeverano a più fonti delle intelligence. Quella pakistana (Isi) è stata per anni la più attiva nel fomentarne la loro guerriglia; ma più di diversi osservatori, gli attivisti democratici afghani incontrati in questo viaggio, puntano il dito sui vari giochi d’appartenenza messi in atto da gruppi talebani parairaniani, filorussi e, in gran numero, propakistani. E c’è chi s’aspetta che pure Pechino, ampiamente coinvolta nello sfruttamento del sottosuolo delle “terre rare”, foraggi milizie che, controllando le aree estrattive interessate, rendano tranquilla e favorevole l’attività della China Metallurgic Company. Per ora si ha notizia, con tanto di foto celebrativa, d’una collaborazione fra militari statunitensi e cinesi per controllare le aree minerarie di scavo. L’affarismo non ama il caos e prova a inibirlo on ogni mezzo.

È incredibile come la terra della polvere, assediata dal terrore, conservi e sviluppi esempi d’umanità che brillano come perle rare.

Sono le strutture di talune associazioni e Ong locali (Saajs, Hawca, Opawc, Afceco) che raccolgono testimonianze contro i criminali di guerra per provare a condurli al cospetto di Tribunali internazionali, gestiscono orfanotrofi, organizzano scuole e rifugi per donne. È quel mix minuto, ma diffuso in tante province, di quella marea dell’impegno socio-politico di vere “casematte” di resistenza popolare afghana, per dirla con Gramsci. Un sogno? Forse. Ma si tratta di un’utopia ben radicata con cui il partito della Solidarietà offre concretezze alla propria teoria politica. Tramite questi e altri organismi nascenti dietro a progetti semplici ed efficacissimi, si plasma quella dignità individuale con cui offrire alla popolazione una consapevolezza collettiva. «Nel nostro orizzonte non c’è altra via che la lotta» dicono leader conosciute ai più come Malalai Joya, Selay Ghaffar, Belquis Roshan e le tante Maryam, Mahmouda, Shafika, Pashtana, Mahbooba. Ragazze presto diventate donne, dotate d’una forza d’animo straordinaria, che rischiano doppiamente la vita, come persone e come militanti d’opposizione. Molte di loro son partite bambine dai campi profughi di Peshawar (Pakistan) dov’erano rifugiate coi parenti per non morire sotto lo bombe.
C’è chi ha conosciuto storie terribili sulla propria pelle o in vicinanza con esse. Saida, un nome di fantasia per vicende crudissime e purtroppo assai diffuse, e i suoi 19 anni. Vive da diciotto mesi nella casa-rifugio per donne abusate organizzato dall’Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan – Hawca. Nel narrare brevemente la sua storia il dolore riaffiora e le lacrime lo seguono. Nelle stanze della struttura che l’accoglie la rabbia s’è trasformata in ragione, il luccichio delle pupille testimonia le ferite del matrimonio forzato che l’ha strappata all’ultimo anno scolastico, prima del salto universitario verso gli studi in medicina cui tanto tiene. Invece a 17 anni e mezzo è finita al cospetto d’un marito ottuso e violento che ha il doppio della sua età. Lui la incatenava e la picchiava, il suocero rincarava la dose con le minacce di morte. Mille e mille di queste storie circolano tuttora in Afghanistan. Fortunatamente centinaia di ragazze come Saida fuggono, se possono e quando possono. Le rinfranca sapere che esiste chi le aiuta, seppure gli shelter di Hawca dovrebbero essere mille e non lo sono, anche perché i governi “democratici” di Karzai e Ghani hanno fatto, e fanno di tutto, per ostacolarne l’esistenza e la diffusione. Come? Minacce e pretestuosa burocrazia, ma questo non lo racconta né Tolo tv né il coro dei media mainstream occidentali. C’è, però, di peggio.
Rivela Rohina, attivista dell’Hawca che segue il caso: «Poiché è in corso un processo contro chi ha usato violenza a Saida ci siamo rivolti al dicastero degli Affari femminili, retto da una donna esponente del partito Hezb-e Islami (il partito del fondamentalista Hekmatyar, ndr). La ministra ha dichiarato: “La ragazza è da voi perché evidentemente non è una donna seria, il matrimonio l’ha resa proprietà del marito”». Avete capito bene, questo è un ministro del governo Ghani, il governo della normalizzazione democratica secondo l’Occidente. «Del resto» prosegue Rohina «tutto ciò fa parte della strategia governativa: impedire in ogni modo una reale emancipazione e giustizia per le donne». Il blackout della giustizia è un tema antico con cui si scontrano gli attivisti afghani. Al Social Association Afghan Justice Seekers – Saajs, sorto da un decennio, conoscono bene la questione. Già tempo addietro un meticoloso lavoro di raccolta di testimonianze fra i sopravvissuti nella Kabul della guerra civile, aveva prodotto un copioso dossier di denuncia con ottomila atroci racconti che inchiodavano alcuni warlords cui il presidente “democratico” Karzai apriva spazi istituzionali.
Purtroppo il potere locale, sostenuto dalla politica americana e europea, non lavora a favore della giustizia popolare. Quel governo emanò un decreto con cui, propugnando una generica “pacificazione”, si dava un colpo di spugna a crimini e criminali di guerra che avevano ridotto la capitale a un cimitero per ottantamila abitanti. Karzai affermava che si sarebbero presi in esame i delitti perpetrati dal 2004 in poi. Per disgrazia della popolazione gli sfregi sono proseguiti sulle vite di molti, per mano dei soggetti più vari, comprese le truppe d’occupazione Nato. Raccogliendo ulteriori testimonianze il Saajs rilancia la campagna sui crimini di guerra, perché un Tribunale Internazionale possa esaminare i casi ed emettere sentenze. Un percorso irrinunciabile per Weeda Ahmad, fondatrice dell’associazione, e per donne e uomini che ne fanno parte e ne coadiuvano la serena caparbietà. Le loro inquietanti storie sono in prima linea, le loro esistenze restano bersagli di possibili vendette. Sono i governi occidentali, è la cosiddetta comunità internazionale a chiudere gli occhi davanti allo scempio che prosegue. Silenziosamente, implacabilmente complici di delitti che si perpetuano.

Reportage pubblicato sulla rivista Confronti (maggio 2018)
Per saperne di più sull’Afghanistan:
Enrico Campofreda – Patrizia Fiocchetti Afghanistan fuori dall’Afghanistan (Poiesis edizioni, 2013)
Patrizia Fiocchetti Variazioni di Luna – Donne combattenti in Iran, Kurdistan, Afghanistan (Lorusso Editore, 2016)

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