da Il Reportage (qui l’articolo originale)

di Ilaria Romano

La cintura lo opprimeva, e le sue mani erano umide. Il sudore gli colava a fiumi, ma doveva concentrarsi e vedere con chiarezza. Si asciugò le mani, si levò il sudore dalla fronte, controllò il timer nella tasca destra, si risistemò il pesante giubbotto e se lo strinse addosso come se all’improvviso fosse arrivato l’inverno. Guardò di nuovo l’ora; era quasi l’una e dieci. Lei aprì gli occhi e lo guardò mentre stava per alzarsi, decise di agire d’istinto e andare a parlargli. Era la sua ultima chance. Aveva perso un sacco di gente perché non era stata abbastanza audace; non questa volta, si disse. Camminò verso di lui.

 L’incrocio, seppure per pochi attimi, di due vite a un passo dalla morte. Un giovane palestinese e una militare israeliana, il sole cocente. Si sono accorti l’uno dell’altra, lui si chiede come sarebbe stato quell’incontro in un mondo in cui avrebbe potuto essere un turista, lei attratta da quel ragazzo seduto sulla panchina tanto da decidere di avvicinarsi. Lui che aspetta il momento in cui farsi saltare in aria, lei che solo all’ultimo capisce cosa sta succedendo e imbraccia il fucile.

gazaCanarino è uno dei 23 racconti contenuti in Gaza writes back, una raccolta di storie narrate da 15 giovani palestinesi, cresciuti nella morsa della Striscia ma con le possibilità della rete, dei blog, dei social network. L’autrice di questo scorcio di vita normale in un’anomalia costante è Nour Al-Sousi, 26 enne laureata in inglese all’Università Islamica di Gaza e dal 2000 impegnata nel racconto dei suoi coetanei. Come lei gli altri scrittori di questi racconti, che in Italia stanno per essere pubblicati da Lorusso Editore, prendono spunto dalla propria realtà per portare avanti una forma di resistenza pacifica e universale, la narrativa.

Il libro, come racconta il curatore Refaat Alareer, docente di Letterature comparate, è nato da un tweet, uno status di Facebook, poi col tempo si è evoluto, fino a diventare un’opera letteraria. Gli scrittori che prendono parte a questa narrazione corale di Gaza e della sua gente erano tutti poco più che adolescenti durante l’operazione Piombo Fuso, che in 23 giorni, fra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 causò la morte di 1.400 persone, oltre a 5mila feriti e la distruzione di oltre 11mila case, fabbriche e negozi. Dopo quella guerra l’uso di internet e della scrittura, combinati insieme, si è moltiplicato ed è diventato uno strumento contemporaneo di lotta all’isolamento.

Il risultato in Gaza writes back è una moltitudine di tematiche, alcune ricorrenti, come la perdita, la morte, il dolore, le radici, la speranza, che includono tutta la Palestina e non soltanto la Striscia, spesso senza nemmeno un’ambientazione dichiaratamente definita.

E’ quando l’oscurità prevale che mi siedo davanti alla finestra senza far caso a tutte quelle case senza corrente, a odorare il dolce profumo di una notte gazawi, a sentire l’aria fresca che mi va dritta al cuore, e pensare a te, a me, alla Palestina, alla crepa, al muro vuoto, a Mama, a te, alla mia lezione di storia, a te, a Dio, alla Palestina – alla nostra storia incompleta. Mi piace riandare col pensiero alla tua tenera voce che racconta la storia di Thaer. 

Hanan Habashi, classe 1990, insegnante di inglese e traduttrice, è l’autrice di V come vita, e comincia a scrivere un diario-testamento proprio alla fine di dicembre 2008, durante i bombardamenti. Questo suo primo racconto ripercorre, attraverso la lettera di una ragazza al padre ucciso dai militari israeliani undici anni prima, il cammino di una giovane palestinese verso la consapevolezza. Alimentata dalla voglia di dare un finale alla storia di Taher, il bambino che piantava gli ulivi nell’orfanotrofio e che aveva sfidato il coprifuoco per cercare un dottore alla sua amica Amal. Quella storia che il padre non aveva fatto in tempo a completare.

Ogni autore ha vissuto e vive tuttora circostanze dolorose e difficili. Fa i conti con i beni primari centellinati, le difficoltà di accesso alle cure mediche e ai libri, i tagli di corrente elettrica. Ha visto morire persone care, quasi mai è uscito dalla Striscia.

La sola idea che lasciassi il paese per non tornare mai più era fuori questione per i miei genitori. Loro volevano che io rimanessi. E quindi non avevo altra scelta che iscrivermi alla facoltà di Medicina, qui a Gaza. A dire il vero, non era così male. Non del tutto. quel che rendeva le nostre vite complicate e intollerabili non erano altro che le continue interruzioni di corrente, la crisi dei prezzi del cibo, l’eterna chiusura delle frontiere che ci impediva di viaggiare, la crisi dei trasporti e la disperata lotta per la sopravvivenza. Solo questo, nient’altro.

Il drammatico racconto Uscirò mai?, anche questo di Nour Al Sousi, è invece ambientato sottoterra. Il protagonista, studente di medicina costretto a lasciare l’università dopo il bombardamento della sua casa e la morte del padre, è andato a scavare i tunnel sul confine, quelli che servono a passare dall’altra parte del Muro, ed è rimasto intrappolato durante i lavori a causa di una frana.

Un racconto di resistenza che esprime il significato più profondo della Terra per ogni palestinese,Storia della terra, è quello di Sarah Ali, 24 anni, anche lei laureata in Lingua e letteratura inglese.

Tra mio padre e la sua Terra c’è un legame indistruttibile. Tra i palestinesi e la loro Terra c’è un legame indistruttibile. Sradicando le piante e tagliando gli alberi in continuazione, Israele prova a spezzare quel legame e a imporre le sue regole di disperazione sui palestinesi. Ripiantando i loro alberi ancora e ancora, i palestinesi rifiutano le regole di Israele.

Un uomo, ex giornalista laureato in economia all’estero, è tornato a Gaza a coltivare la terra e gli alberi lasciati dal padre. Tutti gli ulivi vengono sradicati durante il conflitto del 2008. E lui perde la speranza di una rinascita, finché non ottiene quegli aiuti per ripiantare gli alberi e ricominciare a coltivare. A raccontarlo è la figlia, che interpreta il silenzio di chi deve tenere per sé il dolore di una perdita che paragonata ad altre più gravi appare quasi marginale.

Parlare della Terra, delle case, e in generale delle perdite finanziarie in seguito all’offensiva israeliana suonava egoista e indifferente alle orecchie degli altri. quando la gente muore tu non parli della tua bella casa rasa al suolo. quando la gente perde braccia e gambe, lasciandole invalide per il resto della loro vita, tu non parli della tua fantastica macchina che era una bellezza che adornava le strade del tuo modesto quartiere e che ora è un rottame. quando una madre sta seppellendo suo figlio prima di dirgli addio, tu non parli della tua Terra e dei tuoi alberi spietatamente sradicati. Loro parlano. Loro sono in lutto. Tu ascolti. E per la memoria della tua piccola, insignificante miseria, tu piangi in silenzio. E questo sembrava aumentare ancora di più la sofferenza di mio padre.

Fra gli autori c’è chi si spinge oltre il muro anche nel provare ad interpretare i sentimenti degli israeliani. La ragazza soldato, ma anche l’ex militare padre di famiglia che tutte le notti rivive in sogno le uccisioni dei palestinesi, mescolando realtà e incubi. Questa la storia che Nour El Borno, una studentessa ventunenne, racconta on Un desiderio d’insonnia.

Alcuni dei ragazzi stavano scattando fotografie e facevano scritte sui muri. Ben e Levi ballavano, prendevano souvenir da ogni casa in cui facevamo irruzione. Un sacco di gente del sogno era reale. Persone che avevo ucciso.

Ci fu un attimo di silenzio. Lui si sentiva soffocare. Il suo petto stava bruciando, e il cuore quasi gli scoppiava.

Una ragazzina… sanguinava. Il coniglietto di Ziva. Sangue. La nostra piccola Ziva… lei era… lei era morta. L’ho presa tra le mie braccia. Ma era morta. L’ho uccisa col mio fucile.

Nel libro le autrici sono più numerose degli autori, ma non per una scelta, come specifica il curatore nella prefazione. Semplicemente perché ci sono più ragazze che usano i social e fanno letteratura, soprattutto in inglese. Una “scoperta” che ribalta la visione stereotipata della donna palestinese come “madre di combattenti” e la conferma di un suo ruolo attivo nella società e nel dibattito sulla libertà e la resistenza.

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